Mauro Masi, il Pittore della Luce
di Giovanni Russo

I pastelli e gli acquarelli di Mauro Masi con i tetti delle case di un rosso squillante nei campi punteggiati da papaveri, i suoi paesaggi ad olio che evocano la solennità di dipinti ottocenteschi alla Massimo D'Azeglio, la bambina di Rivello, simile ad un'anfora, con il braccio piegato dietro il capo, il ragazzo contadino dall'abito sdrucito, abbandonato più che seduto sopra una sedia spagliata, i tralicci ed i muri di cemento armato delle periferie romane, gli alberi dal verde accecante, le schive figure femminili da molti anni mi fanno compagnia.

La Lucania l'ho sentita respirare accanto a me grazie ai dipinti che Masi mi donava ogni volta che ci vedevamo; ho seguito così anche le vicende della sua vita, i trasferimenti a Napoli ed a Roma alla ricerca, come egli dice "di altri moduli che potessero soddisfare l'esigenza di dare una dimensione formale in senso pittorico all'esperienza vissuta". C'incontravamo per via Pretoria da piazza Sedile a Porta Salsa, a Potenza, dove abbiamo trascorso l'adolescenza e la prima giovinezza e poi a Roma nel suo studio a Torpignattara, zeppo di tele accatastate, di album e taccuini pieni di disegni.

Fin da una delle sue prime mostre nel '49 a Potenza, una collettiva di pittori lucani, Masi si distingueva dagli altri per la fedeltà alle necessità espressive. La sua biografia è contrassegnata dall'assenza di esibizionismi, dal collocarsi sempre fuori dalle mode, dalla capacità di razionalizzare sia il rapporto affettivo con la Lucania (che egli concepisce come la rappresentazione della Natura senza però ignorare quello che per la Lucania significa la Storia e quindi i suoi mutamenti) sia il rapporto con l'ambiente urbano della città che per lui rappresenta invece la Storia. Masi conferma che non vi può essere un motivo d'Arte senza un legame diretto, personale, con la realtà e che il pittore è sempre legato a un'esperienza esistenziale. Questo legame è un fatto etico, la sua concezione della moralità dell'artista.

Lo si vede in tutti i suoi dipinti, nelle figure umane come negli alberi, nelle maschere di personaggi come "gli indiani metropolitani" della contestazione studentesca a Valle Giulia a Roma, di cui parla in un suo scritto Leonardo Sinisgalli, nei simboli allucinati della vicenda dell'uomo del pannello del Prometeo dipinto nel decennale dell'Università della Basilicata.

Masi mi ha raccontato che quand'era sotto le armi, durante un'esercitazione (era un settembre con l'aria d'autunno sull'altopiano di Asiago), si fermò a disegnare un noce già con tutte le foglie gialle. Un commilitone, quando vide il dipinto si rivolse ai colleghi dicendo: "Guarda, quella pianta come la ride!".

Ridono i disegni, i pastelli, gli acquarelli di Masi, i suoi alberi fioriti, i suoi prati lucenti. Com'è nel suo carattere schivo, Masi solo nel dipingere osa manifestare i suoi sentimenti, le sue allegrie come le sue angosce.

La sua storia è segnata da una sofferta prigionia, due anni di campi di concentramento tedeschi, durante l'ultima guerra e dall'esigenza di guadagnarsi da vivere senza sacrificare la vocazione d'artista (ha infatti insegnato nelle scuole medie come professore di francese).

Il suo amico forse più caro, anch'egli pittore, che ne ha condiviso le ricerche e le esperienze, Domenico Petrocelli, ha scritto di lui: "Il paesaggio lucano, letterario e reale, quotidiano e antico", trova nelle sue tele una lirica misura ed insieme sorprendenti modulazioni, felici abbreviazioni, arditi accostamenti cromatici. E Sinisgalli ha scritto che da Masi "non avremo né vedute né cartoline, ne idilli né arcadie, perché la sua pittura ha una dura scorza", come quei sedici disegni che Sinisgalli gli aveva pubblicato nella sua rivista "Civiltà delle Macchine" per illustrare un lungo racconto del fratello Vincenzo sul loro paese natale Montemurro.

A Rivello, il paese della Lucania dove ha insegnato da giovane e dove ritorna ogni anno nei mesi estivi, la sua "patria pittorica", Masi ha catturato le luci e i colori dei suoi dipinti. E' un paese ancora intatto nella sua architettura cinquecentesca (speriamo non sia deturpata dall'insidia della speculazione edilizia) circondato da severe montagne candide di neve d'inverno come si vede nei suoi acquarelli e da una campagna con macchie di lentisco e rosmarino. I motivi di freschezza e di felicità dei suoi dipinti lucani vengono da quel paesaggio, mentre in quelli di argomento contadino c'è un accento drammatico nella rappresentazione di una realtà urbana opposta, contrassegnata dai muri sbrecciati, dai mucchi d'immondizie, dai cumuli di macchine, una testimonianza eloquente del degrado urbano in cui si coglie tuttavia, nell'accendersi di un colore, il ricordo o se vogliamo il rimpianto della felicità perduta.

I periodi della sua pittura sono influenzati, come hanno scritto Vanni Scheiwiller, Alfonso Gatto, Giuseppe Appella, dai suggerimenti dell'astrattismo e del cubismo, con un ritmo, come rileva Carlo Belli, che ricorda le armonie musicali di Debussy.

Le radici antiche della pittura di Masi, il suo nucleo vitale coesistono con tutte le impressioni della pittura moderna; un percorso comune anche ai pittori lucani, suoi amici, Gerardo Corrado e Rocco Falciano. La luce dei quadri di Masi somiglia molto alla luce della Provenza di cui sono inondati la maggior parte degli impressionisti francesi, da Corot a Bonnard a Cezanne. Ma vi sono anche delle tracce del grande insegnamento di Carlo Levi che, in un paese non lontano da Rivello, aveva soggiornato durante il confino dipingendo i calanchi bianchi di Aliano e Grassano.

Il poeta Michele Parrella che gli fece compagnia per un mese a Rivello nella casa della signora Menghina ("una casa che aveva nei muri della cucina dei piccoli buchi nei quali si annidavano le rondini che a volte lei cucinava per i suoi inquilini") così lo descrive: "Nel suo studio a Rivello Mauro teneva una sedia impagliata che era la copia esatta della famosa sedia di Van Gogh ed è riuscito a dipingere e disegnare in quegli anni per lui difficili avendo negli occhi e dinanzi a sé quel simbolo che era diventato un feticcio".

Con il suo amico poeta, Masi si arrampicava sulle montagne di Coccovello per prendere gli appunti di pittore nella valle del Noce. Quest'abitudine non lo ha mai abbandonato. Penso a Masi come un pellegrino che fa un lungo cammino portando sempre con sé i pastelli per riempire i suoi taccuini. La sua pittura è, in ultima analisi, il racconto di una Lucania tenera e segreta.

Mauro Masi, un pittore lucano a Roma
Il bilancio di una lunga e feconda stagione vissuta nell'amore verso Paul Cézanne.

Mauro Masi: un pittore lucano a Roma.
Nella capitale vive e lavora dal 1969, ma è rimasto legato ai luoghi dell'infanzia, della giovinezza e delle sue prime significative esperienze artistiche. Queste "presenze" preludono ad un altro impegno di Masi; questa volta all'estero. L'artista potentino sta infatti lavorando ad una personale che terrà, nei prossimi mesi, a Bochum in Germania, dove ha già esposto con successo nel 1998. Da queste ultime esperize di Mauro Masi siamo partiti per fare con lui il punto sull'attuale momento della sua ricerca e per tracciare, nel contempo, un bilancio dell'attività artistica nella quale si muove da più di un sessantennio. Partiamo allora da Cézanne. Ed è un vero e proprio invito a nozze per l'artista lucano. Ecco il suo pensiero:
"Quando parlo ai giovani dell'insegnamento di un rivoluzionario maestro del colore, qual è stato Cézanne, finisco col fare in qualche modo riferimento anche a me stesso per quel che ho cercato di trarre, per la mia ricerca, dalla sua grande lezione. Così ho dipinto fabbriche, periferie e porzioni di umanità che protesta…". Sono aspetti della mia esperienza concreta: lo studio del paesaggio è la parte, per così dire, filologica della mia pittura." Faccio dei tentativi…", diceva sempre Cézanne. E la stessa cosa mi permetto di dire anch'io; non faccio promesse, quel che è certo è che continuerò a dipingere finché ne avrò la voglia e la forza, restando così, piccolo come mi sono sempre considerato, fra sforzi forse titanici e, credo, non velleitari".
Dalla rivista "Prospettive Meridionali - 1958
di Leonardo Sinisgalli
Masi è venuto da poco a rinforzare la schiera dei pittori lucani. E' l'ultimo arrivato, a tutt'oggi, e senza dubbio la sua personalità fa già un certo spicco. Non è un ragazzo. Ha più di trent'anni.
Nato a Potenza, vive a Rivello dove fa il professore di francese in una scuola di avviamento. E' l'unico pensionato di una vedova contadina che deve trattarlo molto affettuosamente. Difatti Masi non sogna di cambiare vita e abitudini. Fa ogni tanto una capatina a Roma, così come Cezanne ogni tanto partiva dalla Provenza per Parigi. (...)
La tavolozza di Masi è ancora contadina, la sua ottica ancora ingenua; Masi può leggere con gusto e profitto i vecchi trattati, riscoprire la prospettiva e il chiariscuro. Ma già lo tocca il brivido del plein-air, già comincia a sconvolgere i contorni delle cose e a "tradire" le apparenze. Non avremo da lui nè vedute nè cartoline nè idilli nè arcadie. La pittura di Masi ha una dura scorza. E il suo segno, che per ora è la sua conquista più certa, ci fa molto ben sperare degli sviluppi della sua opera. Si potrebbe facilmente attaccare alla sua pittura l'etichetta del realismo. Ma ho l'impressione che Masi voglia andare più lontano, non fermarsi al documento e neppure slittare verso lo stucchevole formalismo.
Dalla presentazione della mostra alla Scaletta (Matera) - 1968
di Aldo Musacchio
Nel suo meridionalismo Masi ha seguito un itinerario estremamente rappresentativo dei mutamenti in atto nella società e nell'economia del Sud. Dopo il primo dopoguerra e gli anni Cinquanta trascorsi a Rivello, Masi ha affrontato il problema di Napoli, aggredendo la realtà urbana del Mezzogiorno essenzialmente da due angoli visuali, ambedue peculiari di una prospettiva di tipo figurativo: per un verso, l'allucinante marea edilizia di Posillipo, la spietata distruzione del paesaggio naturale da parte della speculazione immobiliare, l'anarchia di un traffico cittadino turbolento sino alla violenza. Per l'altro verso, l'industrializzazione della città: a Bagnoli, egli ha registrato la brutale presenza dell'Italsider, il fumo delle ciminiere, le colate incandescenti degli altiforni, ed ha posato il suo occhio inquieto là dove il sottoproletariato napoletano tende a divenire movimento operaio, cogliendo folle solitarie e tram in movimento sullo sfondo di una miserabile edilizia di periferia. (...)
Il passaggio in città di Masi segna la conclusione del periodo dell'ottimismo. Niente di più triste e rassegnato dell'ottimismo di certi uomini del Sud. Al tempo di Rivello, Masi dipingeva una Lucania quasi allegra e ridente, riprendendo dal vivo il paesaggio di quella fascia del Potentino a ridosso immediato del Tirreno che è, infatti, straordinariamente disteso. (...)
La città ha messo a nudo le contraddizioni dell'ottimismo di Masi. Napoli lo attrae e gli repelle: mostruoso fenomeno di disgregazione urbana e sociale, che in se porta e riproduce tutte le contraddizioni del Mezzogiorno, propaga il suo malessere anche a temi che un tempo avevano avuto per Masi diversa connotazione. Dopo l'esperienza napoletana la pittura di Masi assume tonalità spesso drammatiche. Ci saranno ancora quadri dalle tinte allegre, giochi di colore e di luce, acquerelli di tenero impasto, ma sono il contrastato risvolto di uno stato d'ansia, a volte di smarrimento, a volte di allucinazione.
Dalla presentazione della mostra in piazza a Rivello e Maratea - 1969
di Alfonso Gatto
Alla festa che porterà in piazza la pittura di Mauro Masi vorrei esserci anch'io per dire alla buona queste parole che oggi scrivo dalla mia stanza di Roma, affidandole al catalogo che resterà a ricordare il lavoro e l'esempio di un uomo e di un artista che ho caro da molti anni. Ho qui, davanti agli occhi, un acquerello di Masi. Me lo donò a Potenza un giorno che con altri amici, per strade, per caffè, per osterie di quella città che appartiene anche alla storia di mia madre, fummo insieme a parlare, a discutere, a intenderci. Basta un primo assaggio, e dalle prime parole, per dire chi siamo e che cosa vogliamo essere. (Perciò tutti i buoni propositi delle "alleanze", delle "intese", delle "distensioni", lasciano il tempo che trovano, e si risolvono, presto o tardi, nelle ceneri delle maldestre rotture).
In quell'acquerello, che è quasi un esercizio di sintassi cézanniana, c'è tutto un mondo solitario, chiaramente pittorico di Masi, e l'urgere del suo essere uomo di terra, di questa terra, insieme col bisogno d'assestare un ordine, una penetrazione formale nei piani, nei volumi, nell'occasione frangente del colore. Tutto ciò, a leggerlo e a riconoscerlo certo su un acquerello, sulla sua materia labile e ambigua, vuol dire molto e in primo luogo la natura di un pittore senza inganni che lavora all'aperto delle sue emozioni e vince la sua stessa impazienza nel connetterle, nell'organarle oltre gli accenti, in "qualcosa di durevole. (...)
C'è la Basilicata, c'è il Sud, c'è l'accusa, la speranza, nell'opera di Mauro Masi: ma tutto questo sarebbe buona intenzione se non ci fosse, qual'è la sua pittura, leale per quanto è certa, perseguita nella difficoltosa e lieta vicenda di segno, di colore, di luce, incontro ai suoi significati di figura nello spazio e nel tempo. Una cronaca dei giorni e delle opere, ma con l'eternità, col cézanniano "qualcosa di durevole" addosso, quale è la poesia che dalle parole passa e deve passare nei fatti, dai facili amori al "figlio", all'opera che senza di noi continua a vivere e a perpetuarsi.
Sembrano, e sono, parole antiche: ma stanno bene a Masi, ed è quanto di più onesto nella storia e nella vicenda dell'uomo, un uomo possa meritare. Tutto il resto è silenzio (e rumore).
Un concerto di colori nel segno della vita - 2007
di Annalisa Venditti
C'è un pittore a Roma che ha ancora la voglia e l'entusiasmo di dirti una disarmante verità: "l'arte è una scintilla e te la porti dentro". Parole pronunciate con il sorriso, quello vero, di chi ha conosciuto giovanissimo i rigori della seconda guerra mondiale: la fame, la malattia, il freddo dei campi di concentramento. Ma nel suo sorriso c'è soprattutto l'amore che soltanto un'intera vita dedicata all'arte può darti.
Si chiama Mauro Masi, classe 1920, un lucano dal forte temperamento che ha fatto della sua casa nel quartiere di Torpignattara uno studio laboratorio sempre in fermento. Masi non ama il linguaggio complicato dei critici d'arte, gli intellettualismi inutili, le parole difficili e incomprensibili. Parla del significato dei segni, dell'importanza del disegno e della struttura in una composizione. Richiama l'attenzione sullo studio della luce. Non lo fa con arroganza, ma con la schiettezza di chi ama il vero, la misura, la riflessione sincera, l'analisi attenta dei particolari.
I quadri di Masi, a olio e acquerello, raccontano la sua vita, la personale interpretazione della forma e del colore, la volontà continua e incessante di sperimentare. E posseggono la magia che solo le tele di alcuni artisti hanno: quella di trascinarti dentro le loro composizioni, annullando lo spazio che divide chi guarda dall'opera stessa. Alcuni paesaggi sono realizzati sulla tela di sacco e il colore penetra all'interno, creando un particolare effetto materico, ogni volta irripetibile. Negli acquerelli colpiscono quelle piccole case che si intravedono sul fondo di montagne scolpite dal tempo. Tra gli alberi dalle fronde corpose è la vita dell'uomo, scandita dai ritmi lenti delle stagioni: la semina, la maturazione, il raccolto. Le figure, massiccie e squadrate, sono piene del carisma e dell'espressività del Sud. Così le sue contadine e i suoi contadini, calati in una natura dal carattere indomito come quella di certi paesaggi lucani, intonano un poetico inno alla terra.
Il riferimento alla musica non è casuale. Il ritmo che Masi impone alle sue composizioni ha affinità con l'andamento melodico. La tela è lo "spartito" del suo pentagramma in cui il colore dà la forma e la forma rimanda al concetto. Solo dopo averla osservata con attenzione ti accorgi che l'arte di Masi è un "sogno" illuminato dal sole e dagli straordinari colori della realtà.
Il pennello della sua tavolozza affonda generoso negli ocra dorati, nei marroni della terra, nel verde delle fronde che si tramuta nell'azzurro del cielo, o nel rosso che sormonta i tetti delle piccole case. La visione che offre a chi guarda è di un immediato movimento: che sia vento, agitarsi di vita, non è dato saperlo. Ritornano alla mente alcuni quadri di Chagall. Ma lì il sogno, meraviglioso e funambolico è dell'artista, qui il pittore, terreno e legato alla storia ancestrale della natura, invita chi guarda alla condivisione.
Così è in "Prometeo", opera realizzata da Masi per il decennale della fondazione dell'Università della Basilicata. "Mi sembrò naturale avere un punto di partenza centrale - spiega l'artista - e perciò catalizzatore. Mi accadde di trovarlo nella mitica figura del Prometeo, simbolo dell'aspirazione dell'uomo alla conoscenza, in modo che, da quel punto e intorno ad esso, ruotassero i simboli delle due diverse epoche oggetto della narrazione. Intendo riferirmi ai diversi episodi raffigurati: l'aratura, la messe, l'interno, i simboli delle stagioni con un punto centrale rappresentato dalla presenza del magico. Poi, con l'immagine del tempio greco, la processione, la mano dell'uomo, il fiore, la terra, quindi il passaggio al lavoro meccanico, alla costruzione della città ed i volti degli uomini del nuovo status. Dall'altro lato del pannello i simboli della scienza e, legati a questi, i camini dell'industria, i solchi delle autostrade e, tra i fumi, il nero uccellaccio che fa da contraltare alla bianca colomba che vola, simbolo di speranza".