Memorie di guerra (seconda parte)
a cura di Anna Masi

Appena iniziato il movimento, gli albanesi aprirono il fuoco. Essendo ben esposti, offrivano un buon "tiro al piccione". Il colonnello ordinò al tenente S. di piazzare una mitragliatrice e di proteggere i soldati col fuoco. Difatti gli attaccanti furono costretti a ripararsi e a moderare il fuoco. Mauro era con l'ultimo plotone della compagnia e quindi più esposto al fuoco, anche se a due passi c'era S. che comandava la mitragliatrice che li proteggeva. Cadde e pensò di essere ferito. Si strappò anche il pantalone, però, come Dio volle, riuscirono a superare la cima della collina e iniziarono la corsa verso la strada che li avrebbe portati a Giacova.

I 16 Km che li separavano da Giacova furono percorsi in un tempo che, a Mauro, oggi, è impossibile ricalcolare in rapporto alla velocità con cui la percorsero, di notte, sotto il fuoco degli albanesi. Mauro, P. e M. andarono dalla parte del fiume (la parte carraia), mentre P. P. e gli altri entrarono nella caserma dall'entrata principale. La conquistarono d'impeto, mentre si vedevano cadere nel fiume le pallottole sparate dagli albanesi, nel cuore della notte. Mentre questi ultimi uscivano dalla caserma, apparve il colonnello che disse: "Non sparate!". E' probabile che volesse trattare con gli albanesi, ma all'improvviso uscirono due briganti, di corsa, che lo pugnalarono. Mauro, che era a due passi da lui, scappò in un lampo verso la trincea, più veloce dei due che avevano tentato di assalire anche lui. In un attimo, quindi, grazie alla sua prontezza di riflessi, si salvò la pelle. Stette tutta la notte accovacciato in trincea, in attesa di novità. La mattina gli dissero che il colonnello era morto e che avrebbero potuto rendere omaggio alla salma.

Restarono ancora due gioni nella caserma. Ora comandava M., che era aiutante maggiore. M. aveva un grande intuito nel capire le situazioni, era bravo nel guidare la compagnia, anche se ufficialmente era al comando L., in qualità di vice comandante di battaglione. Gli albanesi li lasciarono stare nella caserma, aspettando che si arrendessero stremati dalla fame. Quello che non erano riusciti a fare a Letai, lo avrebbero fatto a Giacova. La Provvidenza mandò un monaco che disse agli italiani: "All'ora "tot" passerà una macchina con i caporioni. Prendetela e, quando li rilascerete, vi lasceranno andare". Dopo rapide trattative, fu stabilito che il mattino dopo sarebbero usciti. Li avrebbero attaccati solo quando avrebbero rilasciato i loro capi. Difatti, al mattino, nel massimo silenzio, il battaglione (1000 persone, più altri, che si erano accodati a loro; in tutto, quindi, erano circa 2000 persone) si avviò verso l'uscita concordata. La compagnia che comandava Mauro fu incaricata di uscire per prima.

La strada terminava con un arco che dava verso la campagna, dove gli albanesi continuavano a sparare. Mauro era in testa, con il sergente B., ragazzo molto intelligente, in gamba. Fuori sparavano. Quando venne l'ordine: "Decima compagnia, fuori!", Mauro si rivolse a B. e, gridando per farsi sentire dagli altri soldati, disse: "B., questi non possono continuare a sparare a vita. Appena sento che il fuoco cessa, do l'ordine di uscire". Quando sentì che il fuoco cessava, ordinò: "Decima compagnia fuori, svelti!". In un attimo uscirono, e si misero a proteggere gli altri che uscivano, da dietro un muretto. Mauro si fece dare il fucile mitragliatore perchè un gruppo era uscito dall'altra parte e si era gettato nei campi per venire loro incontro e sbloccarli. Mauro puntò il fucile mitragliatore contro gli albanesi che li attendevano nascosti nell'erba alta e gridò: "M., scappa, ci sono gli albanesi!". E così gli salvò la vita.

Si avviarono per occupare il ponte sull'Erenik, affluente del Drin, zona che Mauro conosceva bene in quanto vi aveva fatto un turno di guardia. Arrivarono a Priznen prima degli albanesi. Qui li attendevano con le loro autoblindo i tedeschi che li catturarono e promisero loro di portarli in Italia (cosa naturalmente falsa). Se gli italiani avessero capito la situazione, li avrebbero potuto sopraffare senza problemi, visto che erano molto più numerosi. Soggionarono per poco più di una settimana a Priznen, per poi andare in Germania, ad Hourosevach. I tedeschi, che li avevano disarmati, riarmarono i plotoni con sei fucili per plotone, con relative munizioni, con lo scopo di potersi difendere da eventuali attacchi di partigiani albanesi e raggiungere la stazione di Hourosevach. Nel trasferimento da Priznen a Hourosevach, un soldato fu ferito di striscio al ventre, anche se non in maniera grave. Mauro fermò una camionetta tedesca che passava di lì, i cui occupanti presero a bordo il ferito. E' nitido il ricordo del saluto del giovane soldato ferito che, probabilmente, si salvò.

I tedeschi poco si curarono del vettovagliamento durante il viaggio, che durò, a tappe forzate, cinque giorni. Da buoni italiani, riuscirono a cibarsi con quello che trovavano negli orti e nei casolari lungo la strada. Naturalmente, i limiti igienici di questa alimentazione, compresa la necessaria acqua da bere, procurarono forme viscerali assai fastidiose. Con un sospiro di sollievo, i militi si schierarono davanti a un convoglio di carri per il trasporto di carbone, scoperti, e provarono a riposare sull'unica coperta che ciascuno di loro possedeva, con la protezione dell'unico telo da tenda che, per fortuna, avevano conservato. In piena notte iniziò il viaggio attraverso la Jugoslavia. Videro le stazioni di Lubiana, Zagabria e Belgrado, che avevano già toccato all'andata. Li fermarono per due gioni in un binario morto. Qui sperimentarono veramente cosa significasse la F A M E, perchè non venne distribuito loro alcunchè. Quando si rimisero in movimento, li avviarono verso la stazione di Innsbruck e in questo tragitto sperimentarono come si viaggia quando il tempo si mette a pioggia. Per ripararsi, stesero i teli da tenda, perchè per lo meno l'acqua non sferzasse i loro visi, di notte, senza pietà. Nella stazione di Innsbruck conobbero quale sarebbe stato il loro destino. I vagoni furono cambiati con quelli coperti, mentre i treni presero la via del Nord. Diedero loro viveri per tre o quattro giorni: dei salsicciotti di fegato d'oca e una doppia razione della quinta parte della pagnotta (cioè una pagnotta da dividere in cinque, anzichè in tre). Immaginate la sofferenza per non poter mangiare tutto e subito!

I "custodi" tedeschi li avevano rassicuratidel fatto che il loro treno era diretto in Italia. Dovettero però accettare la loro sorte quando si accorsero che, invece, si prendeva la via del Nord. L'arrivo alla stazione di Vienna confermò loro che il viaggio era verso l'Europa del Nord. Diedero loro da mangiare solo due volte, nelle due sole fermate del treno. La fermata alla stazione di Vienna fu "celebrata" da una "cacata" generale. Così sperimentarono cosa significava aprire i vagoni piombati e permettere ai 2000 ufficiali di soddisfare i loro bisogni corporali: lo spettacolo che si presentava a chi passava era quello di 2000 culi di ufficiali, pronti nella loro funzione di defecazione. Di stazioncina in stazioncina, di binario morto in binario morto, andarono sempre più verso Nord. Qualche volta, durante il viaggio, diedero loro anche da mangiare. Una notte, il treno si fermò in una stazione. Furono aperti i vagoni e si sentì gridare: "Raus! Raus!" ("Fuori!, fuori!"). Si trovavano a Treviri, nel bacino della Ruhr. Riattraversarono l'Ungheria, i campi della Ruhr e la Germania. Oltrepassarono Berlino, col treno che viaggiava a grande velocità, perchè c'era un allarme aereo. Durante il viaggio, un soldato che era sul treno, in una fermata lungo la strada, si arrampicò su un albero per cogliere una mela. La sentinella tedesca lo uccise senza pietà. Portarono il morto con loro fino a quando fu possibile scaricarlo dal treno.

In una fredda giornata autunnale, dopo aver attraversato la pusda ungherese, la pianura polacca, il treno, dopo una breve sosta, attraversò un ponte sulla Vistola, le cui acque limacciose scorrevano sotto. Era l'ottobre del 1943. Su quel ponte traballante capirono che uscivano dall'Europa dell'Est per entrare nella pianura polacca e in Russia (Biala Podlaska era vicino a Brest Litovsk). Proseguirono sempre verso Est. Una notte, il treno si fermò e lessero l'indicazione "Biala Podlaska"; fu loro concesso un pasto caldo a base di minestra di miglio, che parve loro deliziosa più di qualunque manicaretto! Li fecero scendere tra un "Raus!" e l'altro, diedero loro del pane (la pagnotta da dividere in cinque) e una coperta. Dalla stazione, diretti al campo di concentramento, al chiaro di luna, dopo dieci giorni di viaggio in carro bestiame, con indosso i bagagli a destra e a sinistra cumuli di carbone, si avviò una colonna di ufficiali che cantava: Oh mia patria, si bella e perduta..., e, ancora, il canto dei Savoia: Conserva deus regnum..., attraverso il quale affermavano la loro fedeltà ai Savoia. Mauro ricorda perfettamente la scena, e la rivive con grande commozione. Li diressero verso le baracche che iniziarono ad attrezzare per poterci dormire e, possibilmente, viverci. Entrarono nel campo "A", dove fecero "conoscenza" con l'ambiente della baracca e con l'autunno polacco, sotto la minaccia di un inverno terribile, che arrivava anche a meno quaranta gradi centigradi. Qui giunti, organizzarono le loro povere cose e il giorno dopo fecero anche il bagno e disinfettarono gli indumenti. In attesa che giungesse l'inverno con i suoi rigori, spidocchiavano gli indumenti negli autoclave. Per riprenderli, dovevano attraversare, a piedi nudi, dopo aver fatto il bagno, coperti solo da un piccolo asciugamano, un ruscello ghiacciato!

Appena arrivati a Biala Podlaska, Mauro si recò all'infermeria poichè aveva un favo sul collo che ormai era arrivato a limiti impossibili, poichè colava pus da tutti i lati. L'infermiera francese, però, nonostante giungesse il suo turno, non lo chiamava mai. Il medico le chiese la ragione di tale comportamento. L'infermiera rispose semplicemente: "Il va mourir". Mauro capì, ma non si perse d'animo e chiese comunque aiuto al dottore. Egli non aveva nessun mezzo idoneo per l'operazione, ma solo un paio di forbici. Tagliò il favo senza anestetico e fasciò il collo con della carta. Il Padreterno fece poi il resto, come si era augurato il medico ("Ora, se il Padreterno ti aiuta, sopravviverai..."). La ferita si rimarginò in modo splendido e Mauro è ancora qua. Molti che erano lì con Mauro, sarebbero poi morti per tubercolosi. Ricorda con grande commozione i funerali di chi moriva nel campo, con la neve che cadeva tristemente. M. P. lo invitò, una volta, a prendere le scarpe del compagno morto. Mauro si rifiutò. Le prese un altro ufficiale, le cui scarpe erano ancora più malridotte rispetto a quelle di Mauro (erano proprio completamente aperte!). Un professore di greco, tal B., decise di leggere una commemorazione scritta in greco, perchè non fosse compresa dai tedeschi. Il testo iniziava così: "Ara la tomba, e lode il rito funebre...". Venne allora un soldato delle SS a chiamare il tenente del campo, il quale, impaurito, non voleva recarsi da lui. Al suo posto si offrì Mauro. Lo ricevette con cordialità, parlando un ottimo italiano. Aveva frequentato la Normale di Pisa. Mauro disse: "Avrà allora visto la lapide di Curtatone e Montanara". Nel sentire questo, il tedesco non volle sapere altro, gli strinse la mano e lo salutò. Al suo ritorno in camerata, Mauro trovò i compagni in trepidante attesa. Lo accolsero dunque con un sospiro di sollievo per il pericolo passato.

Conobbero il "menu" della mensa, fatto di cavoli, patate, rape da foraggio, carote ed altri "lussuriosi" ingredienti. Assaporarono il piacere di vedere i ragazzi del posto che passavano davanti ai reticolati sgranocchiando mele, carote crude e, talvolta, anche biscotti (senza poterne, ovviamente, mangiare). Impararono a fare il calcolo delle possibilità di sopravvivenza in base alla quantità delle calorie stabilite dalla Convenzione di Ginevra. In base a tale calcolo spettavano, ad ogni individuo, per esempio, una certa quantità di patate...(naturalmente era un calcolo assurdo!). Dormivano nelle cuccie e il giorno aspettavano il rancio: si iniziava con un infuso di "qualcosa" (non si sapeva a base di cosa fosse preparata); poi, la distribuzione del pane (una pagnotta in cinque), che veniva tagliato in misure uguali; una razione di margarina o di "qualcos'altro" da dividere in parti uguali tra 25 persone. Alle 11 il primo rancio: una minestra di carote e patate e un paio di patate a testa. Queste ultime erano divise in mucchietti, possibilmente uguali, e tirate a sorte per ciascuno dei prigionieri. La distribuzione del cibo era un mezzo di sopravvivenza. La margarina era misurata al centesimo di grammo con degli strumenti rudimentali costruiti da loro stessi. Naturalmente, in due anni, Mauro non ha mai lavato i denti. La corvée del rancio era formata dagli ufficiali che erano di servizio dall'alba fino al tramonto per queste operazioni: 1) distribuzione dell'infuso di tiglio (bevanda che doveva servire anche come acqua) 2) distribuzione del pane e della margarina (5 grammi), del rancio alle 11 e alle 18. Quando andava bene, si mangiava, la mattina, un pezzo di pane e due grammi di margarina, se eri riuscito a conservarlo dal giorno precedente. I componenti della camerata erano quindi 25 morti di fame.

In mezzo alla camerata, nella baracca, c'era un tavolo lungo. Sopra venivano messi, al momento del rancio, due secchi, uno con le patate e uno con la minestra. Venivano poi disposti tutti i gamellini. M., un ufficiale della camerata, col mestolo, vi metteva la razione del rancio (circa un mestolo e mezzo). Tutti erano attenti perchè il mestolo pescasse in fondo al secchio e non prendesse solo acqua per riuscire ad avere un po' di cibo solido. La distribuzione avveniva secondo un ordine preciso, perchè non vi fossero favoritismi da parte dell'ufficiale addetto. A ognuno corrispondeva un numero. Il distributore, dunque, non sapeva in realtà a chi sarebbe andata quella singola porzione di rancio. Questa esperienza fece capire a quegli uomini quanto fosse diversa la FAME VERA dall'appetito, tanta era la fame che annebbiava la vista! Un giorno, mentre si attendeva l'arrivo del rancio, viene, trafelato, uno della baracca dove era Mauro e dice: "G., è successa una disgrazia!". "Che disgrazia?" "Il portatore è scivolato e ha fatto cadere il rancio". "Allora è veramente una disgrazia!", convennero tutti. Per fortuna, andarono di nuovo in cucina e riuscirono ad avere mezzo secchio di "sbobba". Un giorno, nella distribuzione, andò "in bianco" lo stesso distributore. Fu allora deciso che ognuno dei commilitoni desse qualcosa, a cominciare dal capo camerata, capitano T., il quale esordì in questo modo: "Questo è il mio cucchiaio di brodo e questo è il pisello. Io ne ho avuti quattro". Peraltro, a onor di cronaca, bisogna ricordare che lo stesso secchio che di giorno serviva per il pasto, di notte veniva usato per i bisogni corporali...

I tedeschi consegnavano le razioni, i viveri, alle cucine italiane, che erano curate dagli addetti, cucinieri e dirigenti del comando, che erano tutti "la faccia della salute" (mangiavano anche per gli altri...). Tutti gli altri facevano la fame. Un esempio di "menu": crauti sott'aceto, conservati in grandi bidoni (quelli per il carburante), bolliti e serviti, dall'odore nauseabondo e dal sapore orrendo. Venivano, nonostante tutto, mangiati con avidità. Per fortuna furono serviti poche volte, in occasione delle quali solo qualcuno osò rifiutarli! Un giorno, scoprirono, nella lista dei cibi, che nel menu era contemplata dalla Convenzione di Ginevra una razione di marmellata che però non si era riusciti ad avere. Al posto di essa, nel calcolo delle calorie, diedero tre grammi di margarina, subito ribattezzata col nome di "marmellina". Si provò ad uscire da questo tunnel visitando la discarica dove si buttavano le bucce di patate e altri scarti, come le bucce delle carote da pulire e arrostire sulla stufa. Un disegno di M.P., amico di Mauro, raffigura la strenna di Natale: due ufficiali con un telo da tenda aperto, su cui un altro militare carica le bucce di carote. Sotto al disegno, la dicitura: Quantus mutatus ab illo! Un amico di Mauro, M.P., lo prese da parte e gli raccontò del mercato nero che avveniva, ormai sempre più debolmente (perchè gli oggetti di scambio si andavano esaurendo e, quindi, i prezzi crescevano). Gli confessò che un capitano "cacava le uova come una gallina", perchè aveva una cintura fatta con piccole monete d'oro che riusciva a scambiare ottenendone uova. Andava, in pratica, al reticolato, avvicinava una sentinella e barattava oro per uova.

Con la fine dell'autunno, folate di vento ghiacciato annunciavano un'invernata durissima, almeno da quanto raccontavano gli operai polacchi che venivano a riparare con carta catramata i fori della baracca (che era di legno). Stretti intorno alla stufa, i militari facevano i piani di resistenza attorno al fuoco, mentre seguivano con grande interesse il lavoro degli operaiche chiudevano i buchi dalle pareti o del soffitto, dai quali sarebbe potuta entrare la micidiale tramontana. Quando gli operai raccontavano della triste sorte degli altri prigionieri, sentivamo correre addosso dei brividi non descrivibili al linguaggio umano. Fortuna volle che quell'anno le giornate più fredde non superassero i 20 gradi sotto zero! Mauro e compagni scoprirono anche che le sigarette composte da un grosso bocchino e da una piccola parte di tabacco fortissimo, non erano così confezionate per il problema della nicotina, ma perchè, d'inverno, potessero essere fumate coi guantoni! Tuttavia i polacchi non avevano alcuna idea di quelle che erano le temperature invernali in Italia, che solo in alcune regioni superavano i 5 o 6 gradi notturni! I polacchi si meravigliavano anche quando Mauro e i suoi colleghi raccontavano loro che in Italia, non appena le nubi sgombravano il cielo e il sole spandeva i suoi raggi, anche in pieno inverno, la neve si scioglieva subito. Gli italiani facevano poi loro notare che si meravigliavano, dunque, quando lì, pur brillando il sole, la temperatura non riusciva mai a superare lo 0, trasformando il fango in una pista durissima.

Il problema più angoscioso, quando soffiava il terribile vento dell'est, era quello di raggiungere i cosiddetti bagni per esercitare le inevitabili funzioni fisiologiche. Argomenti proibiti nei discorsi dei prigionieri erano quelli che riguardavano le pietanze e i cibi di una normale alimentazione. Basti a questo proposito ricordare il senso di gioia che si diffuse tra i commilitoni quando si sparse la notizia che avrebbero avuto una razione di birra, e la conseguente delusione causata dalla mancata distribuzione! Il freddo si sentiva molto anche per la malnutrizione e la scarsità dell'abbigliamento. Anche il carbone della stufa era insufficiente. Perciò, dopo elaborati sorteggi, il gruppo di servizio andava di notte ai depositi di carbone, armati di palette di fortuna (coltellini e oggetti contundenti erano proibiti) sfidando le guardie e i cani, per rubare un po' di carbone e non tornare a mani vuote in baracca. Bastava anche un solo pezzo di carbone! Ciò consentiva le riunioni intorno alla stufa, quando faceva buio (cioè tra le due e le tre del pomeriggio). In queste occasioni, al di fuori di lunghe sedute di spiritismo (per illudersi di sapere dagli spiriti quando sarebbero stati liberati e da chi), era assolutamente proibito parlare di pranzo e di altre cose che riguardassero quell'intoccabile argomento della fame. Per restare in materia, forse il cibo più disgustoso fu quello che propinarono loro con la minestra di cavoli conservati in grossi bidoni di metallo, coscienziosamente bolliti. Quando ci ripensa, Mauro sente ancora quella puzza sotto il naso! Egli, però, malgrado il loro disgustoso sapore, suggerì di mangiarli e, dopo pranzo, di sorseggiare un mezzo bicchiere dell'infuso di tiglio che la mattina distribuivano come razione di liquido per l'intera giornata. Sarebbe stato naturalmente necessario, per assimilare una minestra così indigesta! Le delizie più attese erano invece quelle delle minestre di carote e patate o di semi di miglio.

Furono distribuite anche cartoline da spedire ai propri parenti, che erano, per così dire, già "preconfezionate". Vi era infatti scritto: "Je suis en bonne santè ou leggerment blessè" ("Sono in buona salute o leggermente ferito"). Questo fu il primo segnale che essi diedero ai loro familiari, perchè le cartoline riuscirono ad arrivare nei loro luoghi d'origine. Mauro, quando ritornò a casa, decise purtroppo di distruggere queste cartoline che i suoi avevano conservato. Quando poi li trasferirono a Norimberga, alcuni militari provarono a scrivere su fogli da lettera da inviare alle famiglie frasi come questa: "Qui spira aria di maestri cantori". In questo modo, volevano dare indicazioni che portassero ad individuare il luogo dove erano, cioè Norimberga! La censura tedesca, naturalmente, le rimandò indietro, con le oppurtune sottolineature delle frasi incriminate! Mauro e i suoi commilitoni subirono anche un'irruzione dei tedeschi nella loro baracca; essi avevano intenzione di scovare un apparecchio radio nel campo. Non avendo avuto tempo di nasconderlo prima che avvenisse la perquisizione, Mauro e compagni vi si sedettero sopra e, per loro fortuna, i tedeschi non si accorsero di nulla. Una volta andati via, lo distrussero a pezzettini. Alla seconda irruzione, infatti, i tedeschi non avrebbero potuto trovare veramente più nulla. Una parentesi può ora riguardare storie di cappellani militari. Due casi capitarono sotto gli occhi di Mauro. Tutti cercavano conforto in qualche cosa, e ognuno partecipava alle preghiere recitate dai cappellani che, di baracca in baracca, cercavano di dare un po' di conforto a ciascuno. Si narrava che don A., sacerdote del reggimento di Mauro (in ambito militare, in ordine discendente, si aveva l'armata, la divisione, la brigata, il reggimento, la compagnia, il plotone, la squadra), avesse particolari "facoltà", quale quella accertata e provata dal fatto che ogni volta che veniva in visita al battaglione, una tempesta portava via le tende! Pare che un gruppo di amici, in una piovosa notte kossoviana, abbia furtivamente introdotto una donna nella sua tenda... . Del resto non si ha notizia. L'altro cappellano che conobbe Mauro, invece, aveva con sè una valigia piena di ostie non consacrate, insieme all'occorrente per dire messa. Quando giunsero a Biala Podlaska, "più che il dolor, potè il digiuno": tutte le ostie furono mangiate.

Un giorno, nella camerata di Mauro venne in visita un gruppo di ufficiali che accompagnavano - indovinate chi? - il tenente Wuhrer, figlio del proprietario della fabbrica di birra. La sua figura risvegliò in tutti l'immagine desolata della birra! In quell'occasione, un gruppo di ufficiali cantò le canzoni del campo. Ecco l'inizio di una di queste: "Con la sveglia delle sette giunge il figlio la mattina, /microscopiche le fette di quel pane e margarina / campo triste tra le mammole nascoste del bagaglio e della veste / poche cose son rimaste, le domande, le risposte e quel cesso che è una peste / per un uovo, facce toste, 1000 lire domandate / campo triste...". Oppure, si suonavano canzoni nostalgiche: "Ogni pena del mio cuore / è il nostalgico dolore / di non rivederti mai più...". La serata finì al ritmo delle tante canzoni nate proprio nel campo di concentramento... Venne anche il giorno in cui il fratello di M.P., uno dei prigionieri, giunse al campo di Biala Podlaska proveniente da Roma, dove era stato catturato. Era un pomeriggio di sole, quando andarono a riceverlo all'ingresso del campo. I. abbracciò il fratello M. e gli altri componenti del folto gruppo dei lucani. Gli cedettero metà della loro razione di pane, necessario soccorso dopo migliaia di chilometri trascorsi, digiuno, in un carro-bestiame. Qui nacque l'idea di annotare in un giornalino, un numero unico, gli episodi della sciagurata avventura. Si ritrovarono qualche giorno dopo e, come dice l'articolo di fondo del giornalino che stilarono, li "sovrastava, ostile e nemico, il cielo di Biala", che dava e prometteva neve e ghiaccio. L'articolo intitolato "Il fiore" li esortava a conservare e a custodire questo giornalino come memoria del loro calvario. Nacque così "La voce di San Gerardo" di cui fu direttore M.P.. Tutti gli altri contribuirono alla stesura, secondo le loro possibilità. Gli articoli furono scritti a mano da R.R.. Allora non esistevano penne biro, bensì inchiostro e pennini. I disegni con i pastelli che ognuno di loro aveva conservato, restituirono a futura memoria tutti i ritratti dei componenti del gruppo e alcune note particolari. Tra queste, compare la reclame delle "patatiglios extra" e del particolare abbigliamento di alcuni prigionieri particolarmente segnati dai combattimenti contro gli albanesi, avuti prima della cattura da parte dei tedeschi (un'inserzione pubblicitaria recitava, ad esempio: "Masi veste tutta l'Europa").

Cominciarono a circolare alcuni libri che erano scampati alle diverse perquisizioni e traversie del viaggio. Ognuno si arrangiava come poteva per non impazzire: il violinista suonava il suo violino, il pittore dipingeva o disegnava. Capitò di leggere "Mastro don Gesualdo" di Giovanni Verga. Di questo, in particolare, fu letto e riletto, passando di mano in mano, il seguente episodio: Mastro don Gesualdo al ritorno dalla Corinzia mangiava una minestra di fave novelle con in mezzo una cipolla! Che delizia! I prigionieri dei tedeschi, poveri diseredati, dopo i combattimenti sostenuti con gli albanesi, e il lungo tragitto da pec a Priznen, erano rimasti privi di qualsiasi bagaglio e di qualsiasi altro oggetto che non fosse altro che la logora divisa che indossavano. I tedeschi li radunarono, un giorno, nella grande spianata del "Campo A" (vi era anche il "Campo B") e li rivestirono con le divise russe: cappello e pastrano divennero il loro "look". Dopo la pioggia, che aveva reso il campo un'impraticabile fanghiglia, venne il freddo, che però non superò mai i 20 gradi sotto zero. Immaginate il gruppo di ufficiali intorno alla stufa, unico mezzo di riscaldamento. Se la si trovava spenta dopo l'appello, non rimaneva altro che la disperazione. All'appello, che si teneva alle 7 di mattina, andavano avvolti nelle coperte. In questo modo si intravvedeva solo il naso. Un giorno, la stufa non voleva accendersi. Mauro era di servizio, se ne doveva quindi occupare lui, e corse il rischio di provocare la reazione dei suoi compagni, che l'avrebbero trovata spenta dopo essere stati tre ore fermi sotto la tormenta per l'appello consueto. Fortunatamente, la stufa si accese all'improvviso, mentre i compagni lo chiamavano per andare all'appello. Mauro ebbe solo il tempo di riavvolgersi nella coperta che prese dal letto. Il pastrano rimase sulla stufa e si bruciò. M.P. scrisse poi, in proposito, sul giornalino: "Il pastrano russo che l'invidia degli altri indumenti condusse al rogo...". Il lavoro di restauro del pastrano costò a Mauro tre ritratti fatti a quelli che gli prestarono ago, filo e qualche toppa di tessuto con i quali restaurare l'indumento per fortuna ancora non completamente inservibile.

Nel soggiorno di Biala Podlaska un giorno annunciarono che avrebbero ricevuto dei pacchi della Croce Rossa. "Cosa conterranno?" pensavano. "Biscotti, fagioli, riso, pasta: un sogno". La corvée si caricò di questo peso dei pacchi, che si rivelò, purtroppo, perfettamente inutile: contenevano infatti libri di I, II e III elementare, che vennero comunque utilizzati sia per accendere la stufa che per fabbricare le "patatiglios", sigarette formate dai residui delle foglie di tiglio (che servivano anche per preparare la bevanda che distribuivano agli ufficiali) e da bucce di patata. Avendo con se la matita, qualche tubetto di colore a olio e qualche pastello, Mauro si ingegnava a ritrarre i suoi sfortunati colleghi. Come pennello usava quello che gli aveva costruito il suo attendente, con i peli di coda di cavallo. Tra gli altri, eseguì quello di un ufficiale dei granatieri con cui aveva l'abitudine di fare qualche passo dopo il "lauto" pranzo, per stornare da loro i morsi della fame di cui si lamentavano entrambi. Il granatiere, tre volte più alto di Mauro, lo guardava dall'alto dei suoi due metri e oltre. Il più piccolo, Mauro, guardava dal basso in alto il granatiere, negli occhi. Egli, guardandolo con mimica espressiva, bruciò le sue osservazioni sulla fame insopportabile, con questa frase: "E tu pensi che il mio budello sia lungo quanto il tuo?", chiudendo perentoriamente il discorso. Al ritorno in baracca, il piccoletto fece un disegno al succitato granatiere. Questi, soddisfatto, gli donò una canottiera che, piegata in quattro, servì da maglietta e sostituì la ormai irriconoscibile (a causa del prolungato logoramento!) maglia, che avrebbe dovuto difenderlo dai rigori a venire. Un giorno si affacciò un certo capitano G.(capitano effettivo, non di complemento, dunque era titolare, militare di professione), il quale voleva stipulare con Mauro e con altri prigionieri un patto speciale: ognuno di loro avrebbe dovuto consegnare la metà della propria razione di patate a lui, che l'avrebbe conservata per farne la domenica uno sformato unico, da mangiare tutti insieme. Disse questo con tanta dolcezza che essi avrebbero accettato la proposta se non li avesse dissuasi M.P., che li avvertì del pericolo che li sovrastava: in realtà avrebbe mangiato lui tutte le patate!

Le pratiche di spiritismo intorno alla stufa non "avvertirono" Mauro e i suoi compagni che i russi si stavano avvicinando pericolosamente e che quindi sarebbe venuto l'ordine di sgomberare il campo per raggiungere zone meno minacciate. Un giorno quest'ordine arrivò. Preparorono i bagagli, distribuirono loro razioni di cibo che sarebbero servite lungo il viaggio e presero la via del ritorno. Li accolse il carro bestiame e vi entrarono con gioia, neanche si trattasse di un elegante vagon lits! Per strada incontrarono anche la neve, e soffrirono molto il freddo perchè dormivano sull'impiantito sempre vestiti. Erano saliti sul treno per Norimberga. In una stazione dell'Ungheria, la Croce Rossa provvide a una distribuzione di cibo per questi uomini provati e affamati. Un sergente tedesco guidava la distribuzione, con un taccuino alla mano, sul quale segnava il numero delle razioni distribuite. Arrivato al numero 2000, si fermò e se ne andò, facendo portare via anche i pentoloni di cibo. Quelli che l'avevano assaggiata, dissero che la minestra di miglio e patate era ottima. Gli occupanti di due vagoni, tra i quali quello dove era Mauro, restarono invece senza cibo, poichè, evidentemente, qualcuno aveva preso più di una razione. Immaginate la disperazione! Quegli uomini, ancora affamati, continuavano ad aggirarsi tra i vagoni della stazione, ma inutilmente. Mauro si accorse che un vagone era carico di tuberi di rape da foraggio. Caricarono quindi quanti più tuberi possibile e, di corsa, rientrarono nel loro vagone, perchè ormai il treno era in partenza. Mangiarono dunque i tuberi crudi, ignorando che questo avrebbe prodotto una terribile sete e che non avevano acqua. Finchè il treno non giunse in un'altra stazione, e questo non avvenne che a notte inoltrata, soffrirono quindi una sete pazzesca. La lingua si gonfiò loro in modo abnorme. Come Dio volle, alla stazione in cui si erano fermati trovarono una fontana; si rifornirono d'acqua ed estinsero quella sete morbosa.

Giunti a Norimberga, fu stabilito di riunirsi tra quelli che esercitavano la musica e la pittura. C'erano pittori famosi tra i quali E., K. e il pittore e critico d'arte R.B., W.L., il napoletano A.. Quando fu concessa una baracca dove raccogliere le opere, furono anche assegnati gli spazi ai diversi espositori. Fu creata una specie di segreteria dove, il giorno dopo, si sarebbero dovute consegnare le opere. Mauro chiese ai suio commilitoni quegli acquarelli che aveva eseguito e poi regalato loro, e si recò sul posto dove era la segreteria. Trovò la porta chiusa e bussò. Da dentro risposero, in modo sgarbato e incivile, di non disturbare e di tornare un'altra volta. Ricevuta quella risposta, Mauro strappò tutti gli acquarelli e andò via. Quando riferì il fatto ai suoi amici, M.P., R.R. ed altri, loro, di rimando, gli chiesero se ci fossero altre persone che avessero suoi disegni, in modo da poterne recuperare altri. Mauro rispose di sì e insieme a loro andò a richiederli, in modo da riunire un altro gruppo di acquarelli. Con questi, il giorno dopo, senza passare per la segreteria, entrò nella baracca e attaccò i quadri alla parete, in presenza di W.L., il quale guardò i lavori con attenzione. In particolare ne prese uno e gli chiese: "Dove hai studiato?". La risposta di Mauro fu questa: "Ho lavorato sempre da me". L. chiamò subito A., che si vantava di essere un grande pittore, dicendogli: "Vieni, vieni a vedere queste cose...". Qui cominciò il sodalizio con W.L. e con E. che, oltre ad essere un pittore, era anche direttore di una biblioteca. Questi invitò Mauro a fargli visita nella sua baracca e a portargli alcuni disegni e abbozzi. Diede a Mauro prezioni consigli sul mestiere di pittore e sulla tecnica del disegno e della pittura. L'avventura dell'esposizione finì con un gesto non disprezzabile del comando del campo, che organizzò per i partecipanti alla mostra una visita nella città di Norimberga, che Mauro fece insieme ai suoi colleghi. Si recarono in un locale dove convenivano molti uomini che lavoravano in Germania, i quali li invitarono a colazione. Fu una colazione prelibata, a base di verdure e di qualche patata. Fece a Mauro molta impressione il senso di ordine e di pulizia della città di Norimberga nel 1944, pur essendo ancora un anno di guerra, anche nei luoghi colpiti dalle bombe, le cui macerie erano state già sgombrate.

Arrivò il fatidico giono della liberazione: una colonna di camion li accolse per riportarli in Italia. La prima tappa fu Brescia, dove giunsero solo a piedi. I camion infatti li avevano lasciati a qualche distanza dalla città. Qui, un'altra colonna di camion li accompagnò oltre il Po. Scesero a San Benedetto Po, patria di Monsignor Bertazzoni, vescovo di Potenza. Furono poi accompagnati al treno, per andare verso Livorno, da dove avrebbero proseguito per Firenze, perchè non erano in grado di orientarsi. Finalmente, raggiunsero Roma. Mauro si recò a casa degli zii, Edmondo e Ida. Mauro prese poi il treno per Napoli. Di qui, non ricorda con quali mezzi riuscissero poi a mettersi in contatto con Potenza, da dove venne a prenderli col camion lo zio di R.R.. Ritornarono in Lucania per la forte salita d'"u'Scuorz", dove capitava che alcune macchine, per la grande pendenza, fondessero il motore! Lì mangiarono in una trattoria, dopo tanti anni, i fusilli! A notte fonda, arrivarono a Potenza.