Memorie di guerra (prima parte)
a cura di Anna Masi

Mauro, con l'amico P. D., si era iscritto all'Università. In attesa di andare a Roma per sostenere un esame, si recarono ai vecchi giardini pubblici di Potenza, dove trascorrevano delle belle serate. Qui incontrarono un anziano signore che non disdegnò la loro compagnia e, discorrendo, conobbe Mauro e i ragazzi che erano con lui. Essi venivano dalla Biblioteca Provinciale dove consultavano l'Enciclopedia Treccani per osservare le illustrazioni a colori delle opere d'arte. Fu molto contento e rivelò loro che era un critico d'arte ebreo confinato a Potenza.

Alcuni giorni dopo Mauro partì per Roma per sostenere gli esami. Al ritorno, portò con sé un volume della "Gerusalemme Liberata" illustrato con le incisioni di Giambattista Piazzetta, che la padrona della pensione dove alloggiava gli aveva affidato, sperando che il padre di Mauro potesse acquistarlo al prezzo di 5000 lire (equivalenti a circa 50 milioni di lire, 25 mila euro di oggi). Quando il loro amico lo vide, rimase molto contento. Il padre di Mauro, però, non volle acquistare il volume a quel prezzo, che per quei tempi era esorbitante.Correva l'anno 1941. Sua madre Augusta, maestra elementare, portò a casa il compito di una bambina, che aveva scritto: "dicono che vigiono, ma vigiono gli Iglesi" (dicono che vincono, ma vincono gli Inglesi).Sua madre si guardò bene dal mostrare agli altri questo scritto. Erano tempi duri: una frase del genere poteva costituire reato e mettere a repentaglio l'intera famiglia della bambina, perché testimoniava che i suoi membri ascoltavano Radio Londra.

Qui comincia l'avventura…

Quel giorno una cartolina rosa venne a comunicargli una fine ed un principio. Tre giorni dopo era al Distretto Militare. Gli misero un bracciale col segno del coscritto e lo spedirono a Padova, dove gli era riservato il posto al fresco di un… androne (per le reclute non vi era altro!). Lì, una coperta da campo e un mucchio di paglia gli annunciavano le delizie della nuova vita. La mattina seguente lo assegnarono ad una compagnia di reclute in odore di istruzione, dove non fu accolto affatto male, anzi. Si accorsero che era studente (diversamente da loro) e si affezionarono a lui, dandogli tutti i consigli possibili "in caso di naja". Alla fine arrivarono anche a pulirgli le scarpe col "nero fumo del fante". Mauro ricorda la sveglia, le marce, le esercitazioni, il rancio, la libera uscita, la ritirata e l'amicizia di questi commilitoni meravigliosi che furono il primo sostegno al suo "mal di nostalgia" dell'animo e ai mali delle fatiche fisiche. Ma anche questo, come tutte le cose umane, ebbe fine.

Fu poi inserito in una compagnia di soldati - studenti. Ricorda quando assistette allo spettacolo allestito dagli stessi militari, dove si esibivano in veste di cantanti donne e uomini (pur essendo tutti di sesso maschile) e prestigiatori da strapazzo. Gli studenti, già indottrinati alla nuova dimensione culturale dell'"inno al reggimento", si divertirono (e Mauro con loro) a sollevare le vesti dei cantanti per mostrare al pubblico i mutandoni o a nascondere gli oggetti al prestigiatore che, poveraccio, non riusciva a portare a termine i suoi numeri. Queste ed altre piacevolezze causarono l'allontanamento degli studenti dagli spettacoli. Quando si permisero di frequentare il famoso Caffè Pedrocchi di Padova e fu notata la loro presenza dagli aristocratici del luogo (un mio commilitone chiese dell'acqua minerale colpendo il bancone con un sonoro pugno), sopravvenne la proibizione assoluta di recarsi in quel locale. Frequentavano però, la sera, il "Sanitas", in corso Garibaldi, dove si mangiava dell'ottima pastasciutta al posto del solito rancio. Quando il tenente G. scoprì che Mauro possedeva due gavette (cosa proibita dal Regolamento), gli venne per la prima volta assegnata la punizione di 5 giorni di consegna. Dovette quindi rinunciare al "Sanitas". I suoi compagni gli portarono però delle pastarelle e una birra.

Conobbe in questo periodo il professore universitario P., suo vicino di letto. Stava studiando il sanscrito e si era accorto che Mauro disegnava usando i pastelli. Attaccava poi, con delle puntine, i fogli sotto gli sgabelli per non farli rovinare. Una delle sue poesie pubblicata in un testo uscito alla fine del corso per sergenti, recitava così: "Mauro Masi dipinge dei pastelli e li attacca agli sgabelli. Sono davvero belli, chiedetelo a P."(il caposquadra). Mauro ricorda ancora le file sotto i pioppi dei soldati che marciavano. Cominciò allora a capire la relatività dello spazio - tempo: il tempo a prova di marcia e a prova di durata del corso da sergente (per un totale di tre mesi). Il tempo non passava mai: la sveglia era alle 6; per arrivare alla libera uscita (dalle 18 alle 21) doveva trascorrere uno spazio che sembrava"intersiderale". La compagnia studenti fu invitata dai "Gufino" di Padova (i componenti del GUF: Giovani Universitari Fascisti), nella grandissima sala del Palazzo della Ragione, dove gli ufficiali li consegnarono ai gerarchi che li avevano invitati e andarono via. Infatti, si volevano distinguere dal fascismo…. Li lasciarono in loro balia, cosa di cui approfittarono totalmente. Quando uno degli oratori pronunciò questa frase: "Uno solo ha fatto per voi la domanda di volontario…", B., uno dei commilitoni, rispose così: "Chi è? Fammèll canosce, 'sto piezz'e cantero". Nel frattempo, gli altri fischiavano sonoramente, con relativo coro di pernacchie. Rientrarono quindi in caserma pienamente soddisfatti, commentando argutamente le nostre condizioni da "stress da istruzione", rispetto alla freschezza dei loro colleghi imboscati che li avevano invitati, i quali si pavoneggiavano nelle loro divise fiammanti. Addirittura, i superiori volevano far porre sulla loro divisa la sigla "V U" (Volontario Universitario). Tutti rifiutarono in blocco.

Le smisurate fatiche sulle montagne intorno a Valdobbiadene (provincia di Treviso) gli sembravano una gita di piacere a confronto della vita tra Salboro e Campo di Marte, o alle marce a Praglia (dove si esercitavano al tiro). In una di queste esercitazioni un suo commilitone (soprannominato Napoleone, per l'evidente somiglianza) scomparve alla vista degli altri perché era andato, insieme a Mauro, a vedere gli affreschi delle famosa Abbazia di Praglia. Finito il Corso per Sergenti, agli esami i superiori espressero la loro meraviglia nel constatare il livello culturale dei componenti la Compagnia studenti, al quale erano riusciti ad "appiccicare" le nozioni di cultura militare che erano state oggetto delle lezioni durante il Corso. Mauro ricorda, tra gli altri contenuti, la seguente definizione: "L'ordine è l'abitudine di mettere ogni cosa al proprio posto, non per speranza di ricompensa o timore di pena, ma per intima convinzione della sua intrinseca necessità". Ognuno poi era libero di interpretare la versione della frase opportunamente riveduta… ( per esempio: "non per speranza di pena o timore di ricompensa").

A promozione avvenuta, la licenza. Il viaggio Padova - Potenza sembrò a Mauro foriero di infinita felicità. La prospettiva era di passare 15 giorni in famiglia. Un sogno! Sosta a Roma, dove i suoi zii non credevano che fosse stato promosso sergente. Vollero infatti vedere il foglio di viaggio, che era intestato al "sergente Mauro Masi". Ecco però la delusione del rientro: nessuno si rendeva conto delle fatiche che aveva sopportato, né di quelle che non si aspettavano da un futuro che sarebbe stato colmo di maggiori sciagure.

Al ritorno, fu accantonato con i gradi di sergente, in attesa di nomina verso le truppe operanti, le divisioni, in preparazione per la guerra vera e propria. In quel periodo conobbe un amico che sapeva che Mauro era pittore. Un giorno venne il piantone del comando di battaglione e gli disse che lo voleva vedere l'aiutante - maggiore. Mauro lo trovò che stava radendosi. Il profumo di borotalco lo riportò alle trascorse "sensazioni borghesi". "Tu sei Masi? Mio nipote mi ha detto che sai disegnare. Guarda lì". C'era un cartellone con l'organico del reggimento… Mauro avrebbe dovuto scrivere tutti i cartellini con i nomi dei componenti del reggimento. Gli balenò subito nella mente l'idea di un po' di libertà. Sarebbe potuto uscire ed entrare dalla caserma a suo piacimento, durante il periodo di esecuzione del lavoro. Accettato l'incarico, salutò i suoi camerati, andò nella camera presa in fitto e si fece una salutare dormita. Pensò: domani andrò a dipingere acquerelli. Il secondo e il terzo giorno fece la stessa cosa, senza pensare minimamente all'organico del reggimento. Si fece poi rivedere dalla sua compagnia e seppe che nel pomeriggio del giorno seguente avrebbero dovuto prendere il treno per Este, per raggiungere il reggimento cui era stato assegnato. Realizzò quindi una porcheria inenarrabile, impacchettò il tutto e lo buttò letteralmente nell'ufficio del signor Maggiore. Raggiunse i suoi compagni con i quali partì per Este. Qui lo aspettava il congruo risultato della sua brillante azione: 15 giorni di consegna e 10 di punizione. Mauro fu accolto dal suo comandante di compagnia, capitano I.. "Cominciamo bene!" fu la prima frase che pronunciò (in riferimento alla consegna…). "Che hai combinato?" "Niente di importante". "Questa frase la conosco da tempo. E' usata da chi ha commesso qualche infrazione!". Il capitano lo assegnò al plotone del Tenente P., celebre per la sua occhiuta severità e per l'estremo rigore che usava contro i recalcitranti. Furono tempi duri, tra esercitazioni, punizioni, cicchetti continui ed altri "piacevoli incerti" di una vita già faticosissima anche a causa del terreno montagnoso che ci costringeva a marce molto dure. Malgrado tutto, Mauro, imperterrito, continuava, nelle ore di libera uscita, a dipingere con i pastelli che portava sempre con sé. Al ritorno, portava il pastello nella camera dove era accantonato e lo poneva in modo da poter osservare il risultato ottenuto, tra la curiosità e i commenti dei soldati. Mauro ricorda uno di questi commenti come la critica più bella che abbia sentito in vita sua nei riguardi dei suoi quadri. Un soldato si espresse in questo modo verso gli altri: "Guarda quella pianta come la ride!". Il soggetto del pastello era un noce nella sua veste già autunnale perché sull'Altopiano di Asiago a 2000 m l'inverno viene assai precocemente (eravamo nel settembre del '41). Era un bellissimo pastello: montagne accennate e, al centro, la pianta di noce con le foglie gialle che veramente ridevano…

Durante una delle marce in alta montagna Mauro seguiva una sua squadra e soprattutto un piccolo gruppo di soldati che si era attardato per il peso dello zaino affardellato con tutto l'equipaggiamento. Ci trasferivamo di notte da Marostica a Canove di Roana (Altopiano di Asiago). Questa - come Mauro seppe dopo - era la zona dove si presupponeva che sarebbero stati attaccati dai tedeschi. Si avvicinò il Tenente P. col frustino, gridando: "Avanti! Avanti!". Mauro gli rispose subito: "Ma lei non ha lo zaino! Il nostro, pesa!". Nello zaino, Mauro portava dei libri, tra i quali uno di storia dell'arte, di Michetti. Il Ten. P. lo tirò fuori e lo buttò nel precipizio (meno male che non buttò anche i pastelli). Mauro perse il lume della ragione. Si slanciò di corsa per buttare anche lui nel precipizio. Lo trattennero due soldati, per lo zaino e gli impedirono di commettere un delitto. Il giorno dopo, il comandante lo trasferì in un altro plotone, da un Tenente veramente bravo, che era un "signore". Infine, un pensiero al Caporale P.: di lui si diceva che fosse un uomo di ferro. Peccato che la parte superiore (la testa) fosse in legno!

Come Dio volle, venne l'ordine di trasferimento a Salerno, perché frequentasse il Corso per Allievi Ufficiali. Mauro si congedò dagli amici e prese la ferrovia che per Thiene arrivava fino a Padova. Il viaggio sulla ferrovia di Tiene fu delizioso, in un paesaggio da favola, autunnale, dagli splendidi colori…. Dopo aver preso il treno per Roma, Mauro si accorse, nell'esaminare il foglio di viaggio, di un'annotazione importantissima: "Rientra in ritardo per disguido della segnalazione". Il corso, quindi, era già iniziato! Scese quindi a Roma, non trovò la madre a casa dello zio e proseguì per Potenza, dove si trattenne per ben 15 giorni! Mauro si recò al Liceo per ritirare la copia del Diploma di Licenza Liceale. Andò dal Preside, prof. L., il quale gli disse: "Ah, come passano gli anni!". Mauro rispose: "Purtroppo…". Il Preside, risentito e con aria supponente: "Cosa vi hanno insegnato a scuola?". Mauro non ebbe il coraggio di rispondere nulla. Ritirò il certificato e se ne andò. Anni dopo, da insegnante a Napoli, incontrò G. G., il quale disse a Mauro che a Napoli si trovava il prof. L., che avrebbe voluto vederlo. Naturalmente non ci andò. Il fratello Vittorio, preoccupato, si rivolse al Maresciallo B. che lo consigliò di farlo rientrare subito al reparto. La sera stessa Mauro partì per Salerno. Viaggiò tutta la notte e al mattino si presentò alla Scuola Allievi Ufficiali. Lo assegnarono alla compagnia. Gli allievi, quando Mauro arrivò, erano fuori, alle esercitazioni e in camerata non c'era nessuno. Non conoscendo i regolamenti, si sedette sul letto che gli era stato assegnato. Lo vide lì seduto un sergente e, urlando, segnò il suo nome su un taccuino, rivelandogli che per regolamento era proibito sedersi sui letti durante la giornata. Quando Mauro sentì gli allievi rientrare, si affacciò alla finestra. Tra urla frenetiche fu notata la sua presenza alla finestra. Il suo nome fu annotato per la seconda volta (per regolamento non ci si poteva affacciare alla finestra). Masi fu consegnato per 10 giorni (5 + 5). Cominciò così la sua carriera da allievo. Chiese del telefono, per avvertire i suoi familiari dell'arrivo. Esso si trovava di fronte alla caserma. Vi si recò camuffato da allievo, perché ancora non ne possedeva la divisa. Lo scopersero. Non sarebbe potuto uscire dalla caserma e quindi gli furono dati altri 5 giorni di consegna. Nel timore che si accorgessero del suo ritardo "volontario", diventò un allievo modello e quindi il beniamino del Capitano Q., Comandante di Compagnia. Il Corso andò avanti bene fino a quando un pignolo scoprì il trucchetto dei 15 giorni a casa. Evidentemente, però, fino ad allora chi era in alto era stato "disattento"; dunque, il trucchetto non ebbe conseguenze per Mauro.

Poichè il Capitano Q. aveva fatto domanda per andare in Russia, il Comandante di Compagnia cambiò. Era un Tenente incaricato del grado superiore, tal M., un imbecille. Costui prese a detestare tutti coloro che Q. aveva segnalato come allievi migliori. Mauro ed altri commilitoni furono perseguitati. A questo risposero con i mezzi che avevano: attuavano la disobbedienza civile. Dimostravano di essere inabili alla ginnastica. Furono quindi riuniti in un plotone a parte, quello dei "meno abili" e furono affidati a un altro cretino, che credeva di poterli comandare, tal P.. Si facevano portare dove volevano loro e ritornavano solo quando decidevano. Presero posto nel campo di Pontecagnano, sotto il muro di cinta, dove i venditori portavano loro i cibi, mentre P. faceva la guardia per vedere se arrivava il Comandante. Furono indette le gare delle Compagnie. In premio c'erano 36 ore di permesso. Le vinsero tutte i "meno abili". Al rientro, cominciarono le persecuzioni, con le consegne. Quando si stancarono di essere consegnati, pulirono alla perfezione la camerata. Il sergente di giornata che sorvegliava i consegnati, vide una ragnatela in un angolo remotissimo. Mauro reagì a parolacce. Il sergente allora scrisse un biglietto di punizione (che significava essere sottoposti a punizioni esemplari), ma fu costretto a ritirarlo, convinto dal Maresciallo G., dell'Ufficio Scuola, al quale Mauro aveva raccontato tutto (tra l'altro, si era fatto un sacco di risate). Giunse finalmente il giorno degli esami. Man mano che si avvicinava, suscitava in Mauro e nei suoi commilitoni irrequieti, qualche preoccupazione. Un loro amico, F., aveva compilato diligentemente un taccuino di appunti che condensava tutte le nozioni di cultura militare che avevano ignorato fino ad allora. Dopo un rapido scambio di opinioni con un collega, Mauro decise di trafugare il quadernetto e di usarlo per la preparazione all'esame. Ebbero anche la spudoratezza di chiederlo al povero F., il quale rispose che non lo ritrovava più. Qualche giorno prima degli esami, Mauro e compagni decisero di restituire il quaderno, dopo essersi impossessati del contenuto. Poi dissero a F.: "Hai visto bene? Sei sicuro di aver rovistato bene tra le tue carte?". In loro presenza, quindi, ritrovò il quaderno. Il giorno degli esami, finalmente alla resa dei conti, Mauro e i suoi amici risultarono idonei con 3 palle bianche (punteggio massimo); il povero F., invece, con 2 palle bianche e 1 nera. Diventarono quindi Tenenti.

Venne la sospirata licenza e ognuno raggiunse la propria famiglia. Per Mauro la licenza fu divisa in due periodi: uno a Potenza e uno a Lavello, da suo zio Francesco, per mangiare un po' di pane buono che in provincia non mancava e un po' di vivande che si conoscevano nella loro genuinità. Dedicò molto tempo alla pittura. Al ritorno da una delle sedute dal vero, Mauro incontrò il prof. T. T., il quale, per esprimere la sua gioia, lo invitò a partecipare, il giorno dopo, ad una sfilata nella quale "sarebbe stato bello vedere i reduci che si godono la licenza nella loro gloriosa divisa"… proprio quella di cui Mauro si era finalmente liberato e che dopo qualche giorno avrebbe dovuto di nuovo indossare. Finita la licenza, Mauro fu destinato a Sacile, al reparto Addestramento Reclute nel Battaglione comandato dal Capitano G. ( il "terribile G."), uomo di straordinaria severità, rigore e senso della disciplina militare. Mauro fu avvertito di non provocarlo, perché trattava gli ufficiali inferiori, suoi dipendenti, in maniera poco civile e violenta. Seguì dunque alla lettera i seguenti dettami del buon senso militare: "Mai dietro i muli, mai vicino ai superiori, mai davanti alle armi". Ritornò agli addestramenti sulle Alpi e vide con grande gioia, unita al rammarico di non poter dipingere, dei grandi paesaggi. La cassetta dei colori, purtroppo, doveva rimanere a casa (gli ufficiali infatti non dormivano in caserma). Dopo una marcia atroce, un giorno Mauro simulò di essere malato. Restò quindi a letto a dormire. Quando la padrona di casa gli annunziò l'arrivo del Maggiore M. (che era stato incaricato di verificare lo stato di salute di Mauro, visto che nel frattempo era arrivato l'ordine di partire per l'Albania) raccolse le energie (ben recuperate dopo la lunga dormita) e fece, proprio davanti al graduato, un colpo di tosse "da antologia". Questo Maggiore dirigeva i Servizi Sanitari ma non aveva mai esercitato la professione di medico! Dunque, dopo averlo consolato(non aveva capito che Mauro fingeva), gli diede 5 giorni di riposo che utilizzò per dipingere una serie di acquerelli (il soggetto era Sacile). Trascorsi i 5 giorni, si recò da Mauro il tenente Z., ufficiale medico, che, accorgendosi del suo perfetto stato di salute, lo chiamò "busgàtt, busgàtt" (lavativo, lavativo!). Mauro gli spiegò che avrebbe voluto riposarsi un solo giorno… Fu proprio il tenente a spiegargli che il Maggiore M. non aveva mai esercitato la professione di medico e quindi non aveva capito nulla delle vere condizioni di Mauro. Il giorno dopo partì per Mestre, stazione di smistamento. Previo pagamento di 50 lire era data la possibilità di uscire dal campo di partenza, dove si doveva rimanere finchè non partiva la tradotta (il che sarebbe avvenuto almeno dopo una decina di giorni). Mauro quindi decise di andare a Potenza. Era però senza il foglio di via e quindi fu costretto a viaggiare passando da un cesso all'altro, per sottrarsi ai controlli dei militari. Alla stazione prima di Salerno non si accorse che il Maggiore Comandante era lì di ronda e se lo trovò di fronte. Si mise sull'attenti e chiese: "Scusi, dov'è il suo collega?"(al quale lui subentrava nei controlli dei passeggeri). "E' di là!". E Mauro filò via, evitando per un soffio di essere colto in flagrante. Dopo 10 giorni ritornò a Mestre. I suoi documenti di viaggio erano dal Colonnello Comandante del Campo di Mestre. Uscì in divisa dall'albergo in cui alloggiava (la cameriera che lo aveva visto entrare in borghese e uscire in divisa, lo guardò con deferenza), diede 20 lire di mancia al piantone, il quale gli prese il suo foglio di via. Tornò quindi al campo, evitando così di essere denunciato come disertore militare. Rimase poi altri 3 giorni nell'albergo di Mestre, perché il Colonnello Comandante del Campo di Mestre aveva testualmente chiesto ai militari: "Avete interesse a partire?". Mauro no di certo.

Alla partenza, incontrò il fratello di un valoroso compagno di scuola, B. R., ragazzo di straordinaria vivacità intellettuale. La tradotta li avrebbe portati, attraverso la Jugoslavia, a Kossowopolie. In treno, Mauro scoprì che il suo collega soffriva di reumatismi e già alla stazione di Lubiana non potè togliersi gli stivali per i gonfiore dei piedi. Si tennero sempre buona compagnia e divisero anche le provviste che avevano portato con loro, tra le quali delle ottime soppressate. Integravano così il magro rancio che veniva propinato dalle cucine del treno. Tra le continue soste, a causa di allarmi, attraversarono tutta la Jugoslavia: Lubiana, Zagabria, Belgrado, fino a Kossowopolie, dove Mauro si separò dall'amico e raggiunse il Campo Contumaciale. Lì avrebbe dovuto, insieme ad altri commilitoni, trascorre 40 giorni, per motivi igienici. Qui li alloggiarono in alcuni fabbricati vasti e - quel che più conta - senza alcuna possibilità di difesa dalle aggressioni. Mauro incontrò un gruppo di amici interessati ai problemi culturali. Conobbe Crònin (autore di "E le stelle stanno a guardare"), Lajos Zilai (scrittore ungherese) ed altri importanti esponenti della letteratura centro-europea dell'epoca. Accanto a questa specie di campo per Ufficiali c'era il Campo dei soldati. Qui Mauro incontrò B., di Potenza, che gli disse che la loro destinazione era Pec (elemento che aveva dedotto dall'indirizzo della posta militare). Insieme a questo soldato frequentò, la sera, alcuni cafani (caffè albanesi) dove per la prima volta in vita sua assaggiò lo yogurt, questa volta veramente balcanico! Mauro, in treno, raggiunse Pec, dove incontrò gli amici che erano arrivati prima di lui. Fu assegnato al III Battaglione del Reggimento di stanza a Pec e subito assegnato alla Compagnia Comando. Il giorno seguente al suo arrivo, fu assegnato al Plotone Segnalatori. I Segnalatori avevano delle "bandiere a lampo di colore", per comunicare per mezzo dell'alfabeto Morse. Mauro fece osservare al Capitano G. che non conosceva l'alfabeto Morse (non gli era stato insegnato al Corso). Tuttavia, doveva prendere ugualmente servizio. Gli esercizi, quindi, venivano diretti dal Sergente, che istruiva i soldati al posto di Mauro. Questo era l'esercito italiano! Mauro fece presente questo al Colonnello il quale gli fece notare che questi mezzi di comunicazione, nelle esperienze belliche che lui aveva avuto, non erano serviti assolutamente a nulla. Le preoccupazioni di Mauro erano quindi infondate. L'unico mezzo di comunicazione valido, in guerra, erano i portaordini.

Tutti i sottotenenti nuovi arrivati furono assegnati alle diverse compagnie. Quindi, Mauro conobbe gli altri colonnelli e gli altri subalterni, con i quali lui e il suo gruppo non si assimilarono, perché i primi erano anziani, mentre loro erano ragazzini di scarsa esperienza, infarciti ancora della falsa propaganda di regime. Nessuno di loro infatti sapeva cosa era veramente successo in Albania e perciò gli anziani non li consideravano per nulla. Il colonnello decise di metterli tutti insieme (Mauro, P., M., P. ed altri…) in una camerata, nella quale cominciarono a fraternizzare secondo i parametri della loro giovane età. Il camerone era adiacente alla camera del Capitano vice - comandante di Battaglione, ex legionario dell'Africa, L. - P., figlio di un generale dei carabinieri. Lui, a sua volta, era fascista, squadrista e sciarpa littoria. Era convinto che avrebbe addomesticato questi ragazzi facendogli dimenticare la loro gioventù borghese. Gli ultimi arrivati, tra i quali era Mauro, dovettero sottoporsi alle punture regolamentari antitifiche, antitetaniche ecc. Restarono quindi in camerata, esonerati dal servizio per quella serata. Uno dei sottotenenti, compagno di Mauro, M., ebbe bisogno di andare al bagno e scese alle latrine del I° piano. Allora gli altri architettarono un progetto per dargli una "rinfrescata". Va notato che il signor Capitano, quando sentiva chiasso nel camerine, vi entrava senza bussare, forte del suo grado. Per combinazione, Mauro vide dalla finestra che il capitano L. rientrava in caserma dopo le istruzioni. Nel frattempo l'apparecchio - un mastello colmo d'acqua - era pronto sulla porta, per "accogliere" M. al suo rientro. Mauro disse ai compagni di battere i piedi sull'impiantito di legno, per far sentire al Capitano L. che non rinunciavano alle chiassate. Egli, richiamato dallo strepito, sarebbe entrato nella camerata. Il Capitano infatti aprì la porta e il mastello gli cadde addosso. Era uno spettacolo: da gradi, nastrine, divisa, scorreva acqua, mentre il malcapitato si ritirava frettolosamente. Dopo la doccia fuori ordinanza, ad uno ad uno richiamò gli autori dello scherzo nella sua stanza e li mise sull'attenti. Mauro fu l'ultimo. Quando arrivò, dopo aver ascoltato la sua paternale, Mauro chiese la parola. La risposta del Capitano fu: "Vattene via o ti sparo!". L'ordine che aveva impartito era quello di non far sapere nulla ai soldati riguardo all'accaduto. La notizia invece si sparse a macchia d'olio e tutti ridevano dell'"eroe bagnato". Alla sera il Capitano dovette pagare da bere a tutti (mentre il Colonnello Z. se la rideva in segno di complicità), come era consuetudine per tutti coloro che subivano scherzi.

Arrivò l'ordine di andare in una posizione tra Bulgaria e Montenegro, per evitare gli scontri tra le due nazioni alleate dell'Italia. Mauro, in questo periodo, per l'assenza del capitano, comandava la compagnia in quanto più anziano degli altri. P., suo amico, era il vice - comandante di compagnia. Il tempo era inclemente. Finirono affogati nel fango e solo una parte della compagnia andò avanti verso il confine tra Romania e Montenegro, dopo Tropoje. Mauro e la sua compagnia si fermarono su un cocuzzolo in una radura del bosco. Qui si accamparono, avendo a disposizione anche i viveri che sarebbero toccati agli altri (che erano andati avanti), comprese le riserve. I cucinieri chiesero a Mauro cosa fare di tutto quel cibo. Fu loro ordinato di cucinarlo. A questo "supplemento" di cibo fu attribuito il fatto che si sviluppò nel campo una diarrea generale con conseguenze immaginabili. Furono costretti a prendere provvedimenti, che risultò, ovviamente, anche difficile comunicare alla truppa. Mauro, da comandante, riunì la compagnia e disse ai soldati che, continuando in quel modo, il campo rischiava di diventare un letamaio. Di conseguenza fu ordinato alle sentinelle di prendere i nomi di coloro che facevano i propri bisogni all'interno del campo (avrebbero subito, naturalmente, le punizioni conseguenti, nella fattispecie, il ritiro del soldo). Le stesse sentinelle avrebbero dovuto accompagnare chi doveva "cacare", fuori del campo. L'assemblea si chiuse tra battute salaci, risatine generali, commenti… La sera, andarono tutti a letto, ma accadde che Mauro, nel sonno, fosse colto da uno stimolo irresistibile, a cui doveva dare sfogo immediato. Aveva quindi solo il tempo di uscire dalla tenda e di fare i suoi bisogni. La sentinella che era di servizio lo vide ed esclamò: "Te gò ciapà, fiòl d'un can!". Si avvicinò, accese la torcia, riconobbe in Mauro l'ufficiale comandante che faceva i suoi bisogni e… si mise sull'attenti! (Molti anni dopo, Mauro narrò questo episodio a Federico Fellini che, ridendo di cuore, disse che questa sarebbe stata una bella scenetta da inserire in un film che parlasse in maniera un po' scanzonata della guerra).

Era perfettamente naturale che un gruppo di giovani ufficiali, sotto la spinta della loro irrefrenabile vitalità, ricorresse a degli espedienti per sopravvivere alla noia del servizio imposto dalle necessità militari. Infatti capitò al Battaglione, assegnato alla Compagnia Comando, un anzianissimo capitano, piuttosto male in arnese, che divenne oggetto di ogni specie di scherzi, ai quali il poveraccio soleva assoggettarsi con difficoltà. I giovani, rivolgendosi a lui, dicevano: "Devi farti rispettare! Dai troppa confidenza agli altri!". Una mattina Mauro, dopo aver fatto servizio di picchetto durante la notte, una volta svegliatosi, andò incontro al signor Capitano, come al solito, in tono confidenziale. Questi, però, dopo aver ascoltato i consigli degli altri ufficiali, con aria di comando gli ordinò: "A tre passi di distanza! A tre passi di distanza!" (i colleghi infatti gli avevano ricordato che il regolamento indicava che i subalterni dovessero rispettare questa distanza nei confronti del loro superiore). Mauro ne fece molti di più, di passi e … se ne andò. Ognuno, naturalmente, può immaginare la risposta che diede al capitano, tra i denti…. Il suo atteggiamento si riconfermò con altri colleghi, specialmente giovani, i quali, messisi d'accordo, un giorno incaricarono un soldato di raccogliere nelle camerate tutte le cimici che trovavano; di chiuderle poi per tre giorni in una scatola di cerini, in modo da lasciarle digiune. Quelle cimici furono poi messe nel letto del signor Capitano, il quale, stanco morto, dopo l'istruzione, se ne andò a riposare. Mauro e i suoi commilitoni, tutti in gruppo, si sedettero sugli scalini accanto alla porta della stanza nella quale il Capitano riposava, per godersi la scena…. Il Capitano uscì di corsa a rinfrescarsi tuffandosi nella fontana, perché le cimici se l'erano letteralmente … mangiato vivo!

In quel periodo, Mauro era di servizio, col suo plotone distaccato, al cosiddetto Campo di aviazione. Il Capitano, spinto dagli altri, disse: "Andiamo a far visita a Masi, al Campo d'Aviazione!" Il Capitano B. quindi, si recò da Mauro, senza sapere che era stato organizzato un finto attacco a fuoco. Tutti, essendone all'oscuro, fuggirono spaventati. Il Capitano rimase accovacciato dietro un nascondiglio di fortuna, morto di paura, fino a quando il Colonnello, che - in quel giorno di festa (era domenica) era stato avvertito - mandò la carretta dell'infermeria per raccattarlo. Gli scherzi non finirono qui. Nella mensa ufficiali gli offrirono una sigaretta nella quale era stata introdotta una coccola di polvere pirica che si infiammò…. Per sua fortuna, il Capitano venne presto rimpatriato.

Nelle ore di libertà Mauro e compagni frequentavano talvolta una farmacia gestita da un dottore ebreo, che teneva molto alla loro amicizia (per ovvi motivi, essendo ebreo), oltre ad essere una persona abbastanza colta, come gli amici di Mauro. Accadde per combinazione che, osservando il banco di vendita, scorgessero un contenitore di vetro trasparente con la scritta "cioccolatini purgativi". Ne acquistarono subito una bella quantità e, una volta tornati in camerata, li misero sul tavolo, nascosti dai libri in modo che se ne scorgesse soltanto qualcuno. Si misero quindi a letto, fingendo di dormire. Il ritorno rumoroso degli altri camerati fu seguito da sussurrate parole di gioia: "I cioccolatini, i cioccolatini…". Questi furono quindi immediatamente scoperti e trangugiati con avidità! Nella notte, Mauro e i suoi amici li sentirono che, ad uno ad uno, scendevano dal letto per correre al bagno, più di una volta. Di ritorno dal bagno, si incontrarono due vicini di letto e uno di loro se ne uscì con questa espressione: "Quel ladro di P., che ci fa mangiare sempre pasta e fagioli!". Al che, Mauro, M. e P. non riuscirono più a trattenersi e scoppiarono in una fragorosa risata! Il giorno dopo i malcapitati dovettero pagare da bere alla mensa a tutti i presenti, tra le risate di G., il medico che aveva loro fornito abbondantemente dosi di pillole di Bismuto (contro la diarrea).

Quando il nuovo Colonnello prese servizio dome Comandante di reggimento, iniziarono delle grandi manovre, inutili e faticosissime, di esercitazione. Una di queste era all'uso dei nebbiogeni. Compiute le necessarie manovre di squadre e di plotoni, Mauro stava rientrando con il suo plotone all'adunata, per la conclusione della manovra. Nella nebbia, sbucò un gruppo di inopinati militi che li dichiararono prigionieri della fazione opposta. Avevano invece fatto male i conti, con tutti loro. Senza esitazione, Mauro e il suo plotone li dichiararono loro prigionieri. Tra l'altro erano capitanati da un semplice capo - manipolo, mentre Mauro era di grado superiore, tenente. I militi quindi gli obbedirono con malcelati mugugnii. All'adunata, li imbarcarono con gli altri prigionieri e la cosa finì tra le risate generali di Mauro e compagni. Rientrati a Giacoia, dove stavano di presidio (era la sede del battaglione e di tutto il reggimento), dopo il soggiorno a Pec, venne l'ordine alla compagnia di Mauro, di trasferirsi a Letài, a presidiare la miniera di cromo. Qui passarono diversi mesi, che rappresentarono un dolce periodo di riposo, reso piacevole sia dalla conoscenza dell'ingegnere capo, direttore della miniera, che da quella delle squadre di operai italiani che vi lavoravano insieme al personale impiegatizio albanese e al gruppo di operai e operaie albanesi addetti al lavoro di estrazione. Si avvicinava l'8 settembre e i discorsi cominciavano a convergere sulle ipotesi dei loro futuri destini. Il fatto che Mauro era stato in licenza, stimolò le conversazioni sia con l'ingegnere capo sia con gli altri, per avere lumi su quello che accadeva in Italia in quel periodo. Mauro aveva ricevuto informazioni a Roma, dove, ospite di suo zio Edmondo, in compagnia di sua madre, aveva compreso che ormai la guerra era agli sgoccioli, mentre in patria si organizzavano i partiti democratici e i Comitati di liberazione in vista di ciò che sarebbe puntualmente accaduto. Mauro era al corrente dei contatti che c'erano stati tra la monarchia e Badoglio (capo dimissionario dell'esercito) e di tanti altri problemi che riguardavano le condizioni della popolazione civile esposta senza difese ai bombardamenti e alle incursioni alleate. Coltivare l'amicizia con il direttore della miniera, persona molto intelligente, divenne una delle occupazioni quotidiane più interessanti. Correvano in quel tempo le voci di un avvicinamento della Compagnia di Mauro alle coste, in vista di un probabile ritorno in patria, cosa che sembrava loro difficile se non improbabile. Finito questo "dolce" periodo a Letài, rientrati in caserma a Giacova, un giorno andò a far loro visita proprio l'amico ingegnere, che chiese di parlare proprio con il tenente Mauro Masi. Il Tenente Colonnello si meravigliò che cercasse proprio lui e disse: "Cerca un ragazzino?". "Sì - rispose l'ingegnere - io sono proprio un suo grande amico…". Il Colonnello quindi lo fece chiamare dal suo portaordini e, quando lo vide, disse (visto che stava arrivando un giovanissimo ufficiale, minuto di corporatura): "Se 'i vien li inglesi, i lassemo passar…" (naturalmente senza poter opporre resistenza…). Mauro e il suo amico ingegnere si scambiarono i saluti, parlarono delle loro cose e infine si salutarono contenti di essersi rivisti.

Una mattina, uscito dal cortile della caserma, Mauro incontrò il tenente Z., il quale disse: "L'Italia ha chiesto e ottenuto l'armistizio". Mauro corse immediatamente nella sala della mensa, dove il trombettiere suonò il "rapporto ufficiale" per chiamare tutti a raccolta. Qui il Capitano L. cominciò così il suo discorso: "Il Tenente Z., commettendo una grossa infrazione, ha sentito da Radio Londra che l'Italia aveva chiesto e ottenuto l'armistizio. Il Colonnello disse che avrebbe comunicato gli ordini conseguenti nella stessa giornata, che, però, non arrivarono…. Il giorno dopo giunse l'ordine al battaglione di raggiungere Scutari attraverso le montagne. Fecero i bagagli e partirono, con prima tappa a Letài dove, come l'improbabile lettore ricorderà, Mauro era stato di presidio e aveva conosciuto il direttore e gli impiegati dalla miniera. Nel pomeriggio ripartirono e in serata raggiunsero la meta della prima tappa. Appena arrivati, il direttore della miniera andò incontro a Mauro. Senza mezzi termini gli disse: "Ma dove volete andare?" e, facendogli segno col dito, gli indicò i posti dove erano appostati gli albanesi pronti ad attaccarli. Continuò: "Nessuno di voi oltrepasserà il blocco che è stato organizzato in modo da distruggervi tutti: vi ammazzeranno e, dopo avervi spogliato di tutto, non vi daranno neppure cristiana sepoltura, anzi, vi lasceranno mangiare dai cani!". Nel pomeriggio, allora, cominciarono le trattative con gli armati albanesi i quali concentrarono un nutrito e ben armato squadrone per intimorire il Battaglione cui apparteneva Mauro e costringerlo a consegnare le armi (avendo gli italiani perduto la guerra, la continuavano loro). Volò qualche colpo di fucile e il Colonnello ordinò di sparare qualche colpo di mortaio contro la casa occupata dagli albanesi, per proteggere gli italiani da un eventuale attacco progettato contro di loro. Il Colonnello allora decise di battere in ritirata e di tornare alla caserma a Giacova, che distava ben 16 km di montagna e che avevano abbandonato per obbedire agli ordini.